A proposito di confine e frontiere, Fiamma Montezemolo ha tradotto la sua esperienza di studiosa artista e testimone di quel in quel territorio così cruciale tra Messico e Stati Uniti in uno dei lavori video essay più intensi e personali sul concento di confine che si siano visti negli ultimi anni, confluito nella video installazione Tracce (2012) nel quale l’artista trasforma la barriera che traccia il confine tra i due stati in un vero e proprio interlocutore: “Ho passato solo 24 ore a filmare il muro e l’ho fatto aprendomi al caso riprendendo quel che trovavo senza predisporre le scene anteriormente. Volevo captare la vita di questo colosso nella sua materialità e affettività davvero come se fosse la vita di un giorno di una persona problematica. Ed è così che intravedo una certa ironia del muro; pensa alla scena con delle persone che in Messico fanno body building mentre dalla parte USA costruiscono e perfezionano altre parti del muro.

Una fabbrica di Monfalcone sta per chiudere. Oggi, dalle 21.00 in poi, ci sarà un concerto rock di solidarietà con il gruppo Freak Waves e altre bands dove suonano dipendenti dell’azienda Ineosfilms. Tra gli altri, alla chitarra elettrica, c’è il mio amico Marjan Milic.

Ancora una volta i personaggi di Richard Yates appaiono schiavi indimenticabili. Di se stessi, ovvero dei propri sogni impossibili, ma anche degli altri, dei loro affetti e, come se non fosse abbastanza, dell’alcool in cui affogare tutta la loro sconfinata (e altrimenti non silenziabile) amarezza. Dopo un’introduzione a mo’ di ribalta condivisa, prima della partenza di Bobby per l’Europa, ecco lo sguardo del narratore americano seguire i suoi protagonisti come in montaggio alternato, la sua lucida prospettiva realista a fare da comune denominatore: il presente di Robert, dapprima giovane zimbello dei commilitoni nel campo addestramento reclute, quindi fragile soldatino senza carattere in balia degli eventi nel teatro bellico; e i trascorsi di Alice annientata nella solitudine, illusa dalla gentilezza del nuovo compagno, Sterling Nelson, tormentata dalla garbata disapprovazione della sorella Eva, pervicace nel suo ottimismo stoico e un po’ triste..

E’ di quattro morti e un ferito il bilancio di sangue della grave sparatoria avvenuta ieri sera al ristorante albanese Rapsodia, di Via Gagarin. Nello scontro a fuoco, scoppiato per cause ancora in via di chiarimento, è rimasto ferito il brigadiere Michele Capuozzo, di anni 31, in forza al locale comando dei Carabinieri, e hanno perso la vita il titolare del locale, Saimir Shkoza, di anni 56, e tre suoi collaboratori di età fra i 19 e i 26 anni, tutti di nazionalità albanese. Capuozzo è attualmente ricoverato in prognosi riservata all’ospedale San Raffaele, dove si trova piantonato dai suoi stessi colleghi per motivi sui quali gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo.